-Start-     -Texte-     -Suche-     -Verweise-     -Gästebuch-     -Kontakt-          english
Le rose di Acrom

Quando Acrom si accorse che la crepa nel cielo dipinto non si sarebbe mai rimarginata
ma sarebbe rimasta spalancata su quell’ignoto lampo persistente ebbe paura.
Avrebbe voluto ignorare quella figura immota sospesa sul ciglio del baratro che gli tendeva la mano.
Acrom ebbe paura di cadere e si aggrappò al piccolo mondo che conosceva bene perché egli l’aveva creato.
La figura velata ora gli tendeva la mano e in quel palmo bianco intravide la cicatrice bianca lasciata da un chiodo.
Intuì tutto il dolore del mondo in quegli occhi che lo guardavano dall’oscurità.

“Impara a cadere Acrom”

“No tu vuoi che io precipiti per beffarti della mia rovina”

“Tu cadrai se non avrai imparato a farlo…Vieni fuori ora ti prego”

“No questo è il mio unico mondo”

Acrom allora chiuse gli occhi facendo svanire la figura immota e il suo invito ingannatore, il suo cielo spezzato, le stelle che ormai si erano allontanate le une dalle altre e sotto le palpebre chiuse Acrom sognò le sue rose gialle, rosa arancio e blu profondo e si perse in un soffio di vento volando leggero sui petali delle rose, le sue rose…

E non ebbe più paura…



[Fehler melden]       [Druckversion]